04Apr2025

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Categoria: Notizie

chiesa madre
Notizie

AREA DELLA CHIESA MADRE “INALIENABILE, IMPRESCRITTIBILE E INESPROPRIABILE

Verso la metà dell’Ottocento il Comune di Terranova iniziò una serie di lavori per lo spianamento e la pavimentazione di diverse piazze e vie della città, allora ancora a fondo naturale, tra le quali quelle adiacenti alla chiesa Madre; in particolare, dalla demolizione di alcuni fabbricati a sud della stessa chiesa, che delimitavano l’area pomeriale e che si affacciavano sulla strada Maestra, l’attuale C.so Vittorio Ema nuele, fu ricavata una piazza la cui superficie (denominata successivamente largo Madrice) fu divisa in due aree di diversa quota per mezzo di una balaustrata in pietra siracusana con cancellata, di cui quella perimetrale di pertinenza della chiesa utilizzata precedentemente come area cimiteriale. Tra queste due aree esisteva quindi un dislivello di circa un metro di altezza, tant’è che le fondazioni della chiesa Madre si trovavano ancora sotto il cosiddetto piano di calpestio e gli ingressi ovest e sud erano serviti da quattro gradini ciascuno.
Agli inizi del Novecento, sulla stessa area confinante con le facciate ovest e sud della chiesa Madre, il Comune realizzó una serie di interventi procedendo allo spianamento dell’area al livello del piano di campagna del Corso e alla demolizione della citata balaustrata. E ciò sempre con la convinzione del Comune che tutta l’area era demaniale. Di parere discorde, però, fu il parroco Gurrisi, amministratore legale della chiesa, il quale apri un contenzioso con il Cav. Giuseppe Aldisio Fischetti, allora Sindaco del Comune di Terranova di Sicilia. II parroco, infatti, sosteneva che l’area cimiteriale nei lati di mezzo giorno e ponente e che si alza dal suolo della strada per circa un metro per la larghezza media di metri dieci è un accessorio e una pertinenza della chiesa medesima ed anch’essa inalienabile, imprescrittibile ed inespropriabile anche per pubblica utilità…” (vedi atto n.654 del 28 giugno 1904); il Comune, dal suo canto, aveva agito in quei termini con la motivazione che la balaustrata con relativa cancellata, realizzata nel 1848 dal parroco dell’epoca, non rappresentava in realtà nessuna delimitazione in quanto il suolo dell’ex area cimiteriale (“rimasto aperto all’uso pubblico, è stato destinato ai bisogni corporali della gente poco ligia al buon costume…”), cessata la consuetudine dal 1848 in poi di essere usato per il seppellimento dei morti, era da reintegrare al demanio pubblico comunale (vedi atto n.9088 del 1º agosto 1904).
II contenzioso cosi fini al Tribunale Civile di Caltanissetta che emise tempo dopo una sentenza a favore della chiesa Madre. Il Comune, ritendendo ingiusta la sen-tenza vi si appelló, ma prima dello svolgimento del giudizio di 2º grado, le parti in causa addivennero a un accordo con una transazione che previde anche la concessione dell’ex area cimiteriale come suolo di pubblica utilità ma sempre di proprietà inalienabile della chiesa Madre e, alla bisogna, in qualunque momento, restituibile. In seguito a ciò, l’area in questione fu pavimentata con mattonelle di colore più chiaro rispetto a quella demaniale. In merito poi allo scoprimento delle fondazioni della chiesa per il citato spianamento, si suppone che nell’accordo sia stata pure inserita la realizzazione di una fascia bassa di contrafforti scarpati per rafforzare le stesse fondazioni le quali successivamente, all’inizio degli anni Cinquanta, furono coperte da un gradone di pietra bianca ragusana.
-Tratto da ”Dell’antico centro storico di Gela” di Nuccio Mulè
acquerello
Leggende di Gela

La leggenda delle due Gele e l’acquerello di Houel

Nel XVIII secolo, la Sicilia era al centro di un acceso dibattito erudito sulla presunta esistenza di due città chiamate Gela. Infatti Licata voleva essere accreditata come antica Gela ed aveva prodotto nel corso degli anni una serie di studi finanziati dai signorotti locali per farsi accreditare come Gela.
Dall’altra parte la quantità e la qualità delle scoperte in Terranova di Sicilia lasciavano aperto il dibattito tra gli storici. In questa polemica c’era anche un’altra teoria teoria ,che nel 1700 ci fossero due Gèla , una sul mare ed una interna.
Nella posizione dell’interno si scontravano Piazza Armerina e Caltagirone.
Per essere accreditata come Gela , Terranova di Sicilia dovette sgomberare tra Licata,Caltagirone, e Piazza Armerina , ma in particolare è con i Licatesi che lo scontro fu più acceso.
In questo contesto si inserisce il lavoro di Jean-Pierre Laurent Houel, pittore e architetto francese, che tra il 1776 e il 1780 viaggiò in Sicilia per documentare paesaggi, monumenti e vita locale attraverso disegni e acquerelli. Durante il suo soggiorno, Houel visitò le campagne intorno a Piazza Armerina e immortalò in un celebre acquerello un sito archeologico caratterizzato da rovine imponenti: archi, mura spesse e frammenti di statue emergenti da un noccioleto. Affascinato dalla grandiosità dei resti, Houel li interpretò come i resti della mitica Gela mediterranea. Questa convinzione, alimentata da letture erudite dell’epoca, derivava dalla descrizione della città in testi di studiosi locali come Giovan Paolo Chiarandà, che identificava la seconda Gela con ruderi situati nell’entroterra, presso Piazza. Tuttavia, i successivi studi archeologici hanno smentito l’ipotesi di Houel. I ruderi da lui rappresentati sono stati infatti riconosciuti come parte della villa romana del Casale, un complesso di epoca imperiale noto oggi in tutto il mondo per i suoi mosaici pavimentali. L’acquerello di Houel rimane una preziosa testimonianza visiva e storica. Non solo rappresenta una delle più antiche immagini conosciute della villa, ma riflette anche il clima culturale dell’epoca, in cui arte e archeologia si intrecciavano con il fascino per il mistero e le leggende del passato. Attraverso la sua opera, Houel confermò il proprio ruolo di mediatore tra il mondo classico e quello moderno, contribuendo alla riscoperta di una Sicilia ricca di enigmi e di bellezze senza tempo.
chiesa san biagio
Leggende di Gela

La leggenda della chiesetta San Biagio

La Chiesetta di San Biagio… a Gela. Si favoleggia sulle sue origini. Si raccontano storie, si tramandano leggende…
…La leggenda piú bella ha preso spunto da una misteriosa data, il 1099, composta a pietruzze su una mattonella di cotto che fino a non molto tempo fa era visibile in cima alla porta a Sud.1
Quell’anno pare che i Musulmani abbiano tentato di riconquistare l’isola perduta nella quale, a leggere Ibn Hamdis, avevano lasciato la memoria e l’anima. Dove sbarcare la rinnovata forza della mezzaluna se non sulla spiaggia di Gela, da sempre e per sempre luogo ideale di sbarco e d’invasione? Cosí, una serena notte di primavera siciliana, il firmamento si specchiò nei lucidi metalli saraceni tornati dopo otto anni in quelle coste; e all’alba, quando i primi cenerini chiarori fecero luccicare il dorso ai cefali guizzanti nelle acque placide del fiume Maroglio, il presidio normanno, esterrefatto ed incredulo, si ritenne perduto. Fumate di fieno umido rapidamente furono alzate a dare l’allarme, mentre si tentavano i primi assalti sulla collina dove giacevano sepolte le reliquie dell’antica colonia greca.
Chi o cosa avrebbe potuto fermare il mulinello di lame ricurve agitato da braccia di forza selvatica e rabbiosa? Chi avrebbe potuto resistere all’urto e all’impeto di quegli uomini da anni col petto colmo di rancore e nostalgia?
Ben presto la strage fu consumata. Molte teste normanne vennero allineate lungo i muri della chiesetta di san Biagio, dove gli ultimi soldati avevano trovato rifugio.
Ma i segnali di fumo erano stati scorti. Da Butera venne giú l’esercito dei Normanni al comando del conte Enricos. La battaglia si accese furibonda: Cristiani e Musulmani facevano a gara a superarsi in perizia e valore. Per lungo tempo nessuna delle due parti riusci ad avere il sopravvento: le sorti rimanevano incerte. Poi, d’improvviso, al tramonto, un intenso fulgore rossastro si concentrò sopra la cavalleria cristiana, come se il disco del sole, invece di sperdersi oltre la chiostra dei monti, fosse scivolato per fermarsi lí a mezz’aria: in esso prese forma un biondo angelo armato il quale gridava: «Mi-cha-El?, Mi-cha-El?». Era l’arcangelo Michele, il cui nome vuol dire «Chi piú grande di Dio?» o «Chi contro Dio?», venuto a soccorrere e a piegare le sorti della battaglias. Con simile condottiero i Cristiani riuscirono facilmente a travolgere e sterminare i Musulmani atterriti e i pochi superstiti che riuscirono a guadagnare le navi, giurarono sul profeta Maometto che se fossero giunti vivi sulle coste africane, mai piú armata araba avrebbe messo piede sull’isola, ormai perduta irrimediabilmente.
Il 1099. Un mattone di terra rossa. Ricordo della vittoria cristiana sui musulmani o anno di costruzione? O che altro? Che strano segreto nasconde questo numero, che cabala?…
Enzo Papa
-Tratto da Storie e usanze popolari di Gela raccolta analogica di Virgilio Argento
nino
Gelesi D'autore

Ninu Mpopa

L’opera di Nino in Popa (fatta dall’artista Franco Cascino) rappresenta un atto di dedica e un inno all’inclusione, alla bontà, e alla bellezza delle piccole cose che rendono unica la nostra comunità. Con questo lavoro, l’artista celebra l’importanza di accogliere il diverso, di costruire un luogo in cui la diversità non solo è tollerata, ma apprezzata e abbracciata. Il messaggio che trasmette è forte e chiaro: la vita è fatta di piccoli gesti di gentilezza, di comprensione reciproca, e di capacità di vedere e apprezzare la bellezza nelle cose semplici.
Nella nostra città, troppo spesso caricata da stereotipi legati a comportamenti egoisti o furbi, l’opera di Nino in Popa è un richiamo alla vera essenza di ciò che siamo. La nostra comunità è composta non solo da persone smaliziate o da chi cerca scorciatoie, ma da tante persone oneste e di cuore, che vivono in armonia e trovano gioia nelle cose semplici della vita, nei piccoli piaceri che rendono ogni giorno speciale. Nino, con il suo spirito semplice e genuino, ha voluto immortalare questa realtà, quella di una città che, pur nelle sue difficoltà, si distingue per la bontà e l’umanità dei suoi abitanti.
L’artista, rimasto nell’immaginario collettivo come un uomo di profondi valori e di grande umiltà, ha saputo raffigurare un messaggio di speranza. La sua figura, simbolo di questa visione, è ancora viva nel cuore di tutti i gelesi, poiché ha saputo rappresentare la parte migliore della nostra comunità. Non è solo un uomo del passato, ma una presenza che continua a vivere nel ricordo, un ricordo che ci insegna a non perdere mai di vista ciò che conta davvero: l’amore per il prossimo, la ricerca della pace, e la bellezza che risiede nelle cose più semplici. La sua vittoria, quindi, non è una vittoria di gloria personale, ma quella di una comunità che ha imparato a riconoscere e a celebrare i veri valori della vita.
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Gela da Gustare

I Cacoccili M’buttunati

Il carciofo vanta una storia molto antica : già conosciuto e ricercato come pianta selvatica dagli antichi Greci e Romani, iniziò ad essere coltivato in Sicilia nei primi secoli d.C e lentamente risali’ la nostra penisola nel tardo medioevo
I carciofi siciliani hanno un sapore ed una consistenza unica e straordinaria, merito del buon sole siciliano e del clima mediterraneo. La stagione di raccolta dei carciofi va dal mese di febbraio, fino a primavera, questo è più o meno il periodo di raccolta. Ovviamente essendo un prodotto fresco la stagionalità può variare in base al clima.
Il suo arrivo in Italia si deve agli etruschi. Intorno all’anno mille gli Arabi lo scoprirono in Sicilia, ed elaborarono una nuova varietà che portarono in Spagna. Il nome moderno viene proprio dall’arabo “karshuf”. Dal XIII secolo si è poi diffuso nel resto dell’Italia. Oggi la produzione mondiale del carciofo rasenta i 2 milioni di tonnellate. A detenere il 60% della produzione è l’area mediterranea, e di quest’area la gran parte è in Italia con prevalenza in Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia.
Anche il paese in provincia di Caltanissetta è famoso per la coltivazione del carciofo violetto che gli ha fatto conquistare il titolo di “Capitale del carciofo”, che qui cresce rigoglioso grazie al particolare clima, alla natura del territorio e alla fertilità dei suoli. La ricetta tradizionale del carciofo Violetto, però, prevede di consumarlo arrostito: secondo questa ricetta, i carciofi devono essere cotti sulla brace e poi conditi con olio e sale, eventualmente aggiungendo pepe, aglio e prezzemolo. A Gela la tradizione è tramandata da decenni: i contadini, infatti, erano soliti mangiare i carciofi arrostiti nei campi, cuocendoli sul carbone prodotto dai piccoli fuochi accesi allo scopo di riscaldarsi nelle fredde mattine di lavoro.
Andiamo a vedere la ricetta dei cacoccili m’buttunati:
-4 carciofi
-2/3 filetti di acciuga
-100g di pecorino
-2 spicchi d’aglio
-prezzemolo q.b
-olio extra vergine d’oliva
-sale e pepe q.b
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Storia di Gela

Eschilo

Eschilo nacque ad Eleusi nel 525 a.C, città a 20 km da Atene. (e demo considerato territorio di Atene)
Partecipò alle guerre persiane, fu attore, musicista ma soprattutto un grande tragediografo.
Eschilo è da sempre considerato il padre della tragedia greca che apportò molte innovazioni e modifiche nella rappresentazione delle tragedie oltre che nella loro composizione.
E tra le mutazioni apportate allo schema della tragedia, si sottolineano l’introduzione del secondo attore, il dialogo e infine i componenti del coro greco, vengono diminuiti a dodici .
Anche la lingua dell’epoca assume un nuovo tono.
Attraverso le sue tragedie, Eschilo interpreta il mondo che lo circonda e i suoi contemporanei con i loro dubbi, aspirazioni, passioni, riflessioni e problematiche.
Tema costante è dunque il rapporto tra l’uomo, essere razionale e responsabile, e le divinità che rappresentano il fato. Così ,l’uomo sembra essere fautore del proprio destino e libero nelle sue azioni e scelte, mentre a volte è assoggettato a una forza superiore per cui l’uomo è una pedina nelle mani degli dei.
Sono proprio le divinità, secondo la visione religiosa del tragediografo, che alla fine fanno trionfare la giustizia nel mondo.
La principale opera mai scritta è l’Orestea: una trilogia composta dall’ Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Un’ opera che ci è giunta per intero.
Delle circa novanta opere da lui scritte, solo sette ci sono pervenute, e non tutte complete.
Dopo le vittorie contro i Persiani, contrariato dagli sviluppi politici, Eschilo si trasferì a Gela, dove morì nel 456 a.C, perché, cosi’ come narra la leggenda,fu colpito da una testuggine lanciata in volo da un’aquila che scambiò la testa pelata di Eschilo per una roccia.
L’Orestea è la trilogia più famosa di Eschilo, presentata per la prima volta nel 458 a.C., che racconta la tragica storia della casa di Atreo e si concentra in particolare sulle vicende di Agamennone, sua moglie Clitemnestra e i loro figli, Oreste ed Elettra. È una narrazione potente che esplora il tema della giustizia e della vendetta, il conflitto tra obbligo personale e leggi divine, e il passaggio dalla vendetta privata a un sistema di giustizia pubblica..
Agamennone
Nella prima parte, Agamennone torna dalla guerra di Troia, accolto con grande apparente calore da Clitemnestra. Tuttavia, l’accoglienza nasconde una terribile vendetta: Clitemnestra, furiosa per il sacrificio della figlia Ifigenia, lo uccide insieme al suo amante Egisto. In questa tragedia, Eschilo esplora la tensione tra l’amore materno e il potere politico, poiché Clitemnestra non uccide solo come madre vendicatrice, ma anche come regina che desidera mantenere il controllo sul potere.
Le Coefore
Nel secondo dramma, il figlio di Agamennone, Oreste, ritorna a Micene su ordine del dio Apollo per vendicare l’assassinio del padre. Insieme alla sorella Elettra, trama per uccidere la madre Clitemnestra e l’amante Egisto. Il momento culminante del dramma è quando Oreste, dopo aver ucciso Egisto, si trova di fronte a sua madre e, sebbene esitante, la uccide. Questo atto scatena però le Erinni, antiche divinità della vendetta, che iniziano a perseguitare Oreste, rendendo esplicito il conflitto tra le leggi divine e gli obblighi familiari.
Le Eumenidi
Nell’ultima parte della trilogia, Oreste è tormentato dalle Erinni per il matricidio e cerca rifugio presso il tempio di Apollo, che lo manda ad Atene per essere giudicato. Qui, Atena interviene e istituisce un processo per decidere il destino di Oreste. Il processo si conclude con un verdetto di assoluzione per Oreste, ponendo così fine alla spirale di violenza e vendetta. Le Erinni, placate, accettano di trasformarsi nelle Eumenidi, divinità benevole che proteggono la giustizia.
L’Orestea è profondamente innovativa per la sua epoca. Non solo racconta la storia di una famiglia segnata dal destino e dalla violenza, ma riflette anche su temi sociali e politici cruciali per il tempo di Eschilo. Il passaggio dal dominio delle vendette private alla nascita di un sistema di giustizia pubblico e imparziale è il nucleo dell’opera. In un certo senso, l’Orestea celebra il ruolo di Atene come centro di una nuova forma di civiltà, in cui il caos della vendetta primordiale è sostituito dall’ordine della legge e della giustizia.
L’opera esamina l’intricato legame tra giustizia e vendetta, e la sua risoluzione suggerisce che solo un sistema di giustizia istituzionalizzato può portare pace e stabilità in una società
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Notizie

IL CULTO DEL TORO NEL MEDITERRANEO ANTICO

Uno dei bisonti raffigurati nelle grotte di Altamira, in Spagna
Nell’antico bacino del Mar Mediterraneo, in un’epoca ormai dimenticata dall’uomo, gli Dèi erano venerati, adorati e rappresentati nelle più svariate forme e modalità. Quasi sempre erano raffigurati in sembianze antropomorfe, cioè simili agli uomini, altre volte in forma di animali.
In questo periodo molti culti e simboli religiosi cominciarono a circolare tra le culture umane, e tra questi uno in particolare fu oggetto di venerazione e adorazione da parte di quasi tutte le culture del Mediterraneo antico.
Si tratta del toro, considerato animale divino e sacro da quasi tutte le culture dell’antichità, e fu anche un simbolo associato alla Luna, alle costellazioni, alla fertilità, alla rinascita e persino al potere dei Re.
Le prime rappresentazioni dell’arte paleolitica e l’enigmatica venerazione del toro in Anatolia (l’attuale Turchia) influenzarono una varietà di culti sacri e religiosi che si estesero in ogni luogo del mondo antico.
Dal toro sacrificato nella Creta minoica al culto del toro Apis in Egitto al ritratto sacrificale presente nel mitraismo romano, il toro era parte integrante di moltissime e importanti tradizioni religiose e di diverse culture, distanziate tra loro dal tempo e dallo spazio.
Prove del culto del toro sono state trovate in varie zone del mondo, come l’Europa, l’Africa e l’India.
Il toro era oggetto di venerazione e il culto dedicatogli cominciò a diffondersi intorno a 15.000 anni fa, alla fine del periodo del Paleolitico superiore.
Una delle prime testimonianze archeologiche che riguardano la raffigurazione del toro nel Paleolitico superiore la si può trovare nelle pitture rupestri presenti nelle Grotte di Altamira (18.500-14.000 anni fa), nel nord della Spagna.
Il soffitto delle grotte di Altamira raffigurante una mandria di bisonti
Il soffitto della grotta è coperto da imponenti dipinti che rappresentano una mandria di grossi bisonti di una razza oggi estinta.
Anche se non è stata trovata alcuna prova che possa far pensare alla presenza di rituali e sacrifici riguardanti il toro ad Altamira, è interessante notare come le cerimonie iniziatiche di alcune religioni dell’Asia Minore e della Grecia avvenivano proprio all’interno di grotte.
È possibile quindi che l’adorazione del toro abbia avuto inizio con queste pitture presenti nelle grotte e si sia successivamente sviluppata per migliaia di anni, influenzando le radici dei rituali religiosi che si svolgevano nelle grotte e nei templi.
La prima testimonianza del culto del toro è stata trovata nel vicino Oriente antico, a Çatal Hüyük in Anatolia, intorno al 7000 a.C..
Pitture rappresentanti i tori sono state rinvenute sulle pareti settentrionali dei santuari che sono assimilabili alle grotte del Paleolitico.
Teste di tori in gesso provenienti da Çatal Hüyük in Anatolia, conservate al museo di Ankara
Molti dipinti raffigurano anche giovani acrobati che giocano e saltano sulle spalle dei grossi animali.
Oltre a queste antiche pitture, nei santuari furono rinvenute anche teste di tori realizzate in gesso.
Alcuni tori sono raffigurati come partoriti da una “dea” della fertilità, indicando con ciò anche una forte connessione tra il toro e l’antico culto preistorico della Dea Madre.
I teschi e le corna di questi animali furono usati anche per decorare i santuari dove si svolgevano i culti. Le pitture della dèa e del toro, così come le pitture raffiguranti grandi avvoltoi, mostrano le credenze religiose degli abitanti di Çatal Hüyük che si concentravano sul concetto ciclico di morte e di rinascita.
Pitture di enormi avvoltoi indicano una pratica religiosa in cui i corpi dei tori morti venivano lasciati all’aperto per poi venire scarnificati dagli uccelli, così da lasciare solo i resti degli scheletri.
La migrazione di uomini e commercianti di Çatal Hüyük potrebbero averli portati ad “esportare” le proprie pratiche rituali e religiose anche in altre aree abitate nei millenni a seguire.
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Gela da Gustare

Pasta ‘cche pateddre

La “Pasta ‘cche pateddre” è un piatto che racconta il sapore e il profumo del mare.
Quando dici patelle di mare, quasi tutti abbiamo cognizione di cosa parliamo.
La preparazione degli spaghetti con le telline richiede pochi ingredienti che però devono essere freschi, di qualità e trattati correttamente.
Per eliminare la sabbia dalle telline, il procedimento è lo stesso delle vongole: occorre lasciarle in ammollo per diverse ore in acqua salata, cambiando di tanto in tanto l’acqua. I molluschi vanno poi cotti in padella per qualche minuto finché non si aprono. La pasta va cotta in acqua bollente salata e scolata al dente. Per concludere la preparazione, si fa saltare la pasta in padella con le telline.
Ingredienti :
320g pasta (spaghetti o linguine)
600g telline
1 spicchio aglio
1 bicchiere di vino bianco
Olio extra vergine d’oliva
Sale
Peperoncino in polvere
Prezzemolo
Step 1
Per la ricetta degli spaghetti con telline, spurgare per 3 ore o più le telline in una ciotola di acqua con g 20 di sale, cambiando l’acqua ogni 30′, finché non rilasceranno più sabbia. Tritare un ciuffo di prezzemolo e uno spicchio di aglio.
Step 2
Unire in padella g 30-40 di olio, peperoncino fresco a rondelle a piacere, l’aglio e il prezzemolo. Quando l’olio comincia a sfrigolare, aggiungere le telline, smuoverle, coperchiare e farle aprire per 3-4′.
Step 3
Lessare gli spaghetti e scolarli molto al dente , 4-5 foglie di basilico e gli spaghetti, saltandoli per portarli a cottura.
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Storia di Gela

Telemaco

Telemaco, capostipite degli Emmenidi di Akragas (Agrigento), era originario di Gela. Secondo le fonti storiche, i suoi genitori erano di Gela, e Telemaco stesso è considerato una figura importante nella storia della città di Akragas, dove il suo lignaggio, gli Emmenidi, divenne prominente.
Telemaco di Akragas è una figura storica e mitologica della Sicilia antica, noto per essere il capostipite della dinastia degli Emmenidi, che governò Akragas (l’odierna Agrigento).
Telemaco è anche associato a storie e leggende che collegano la sua famiglia a eventi significativi della storia siciliana. Tuttavia, molte informazioni su di lui possono essere mescolate con tradizioni mitologiche, rendendo difficile discernere i fatti storici dalle narrazioni leggendarie.
I tiranni della dinastia degli Emmenidi ad Akragas (Agrigento) erano membri di una famiglia aristocratica che esercitò un notevole potere politico nella città durante il periodo della sua massima espansione, tra il VI e il V secolo a.C.
Tra i più noti tiranni della dinastia degli Emmenidi ci sono:
Falaride: Spesso considerato il primo tiranno della dinastia, Falaride regnò nel VI secolo a.C. ed è famoso per il suo governo autoritario e per la costruzione di opere pubbliche. È noto anche per le sue cruente pratiche punitive, che hanno dato luogo a leggende su di lui.
Terone: Un altro importante tiranno, Terone regnò dopo Falaride e contribuì a rafforzare il potere e la prosperità di Akragas. Sotto il suo governo, la città raggiunse un apice di sviluppo culturale e architettonico.
Sibari: Anche se meno conosciuto, un altro membro della dinastia, Sibari, è citato in alcune fonti storiche.
Questa storia contribuisce a rivelare che due tra le più potenti dinastie della storia, cioè gli Emmenidi di Akragas e i Dinomenidi di Gèla sono entrambe originarie della stessa Polis e dalla stessa cultura geloa.
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Storia di Gela

Polizelo, Tiranno di Gela

Polizelo fu tiranno di Gela dal 478 a.C. fino alla morte. Polizelo era figlio di Dinomene il Vecchio, e fratello minore dei due dinomenidi Gelone e Gerone I, tiranni di Siracusa.

Ancora prima di diventare tiranno di Gela, il suo nome venne inciso nel tripode che commemorava la vittoria di Imera del 480 a.C., da sempre attribuita al solo Gelone. La menzione del fratello è quindi un dettaglio importante che conferma una sua partecipazione alla battaglia.

Divenne tiranno di Gela nel 478 a.C. quando morto Gelone e lasciato al potere Gerone a Siracusa, a lui venne lasciata in eredità la mano di Damarete, sposa di Gelone. Polizelo, odiato da Gerone, sostenne con lui una guerra a cui si pose fine grazie alla mediazione del poeta Simonide.

Secondo Diodoro Siculo nel 476-5 a.C. Polizelo fu inviato dal fratello Gerone in soccorso dei Sibariti, in uno dei tentativi di tornare nella loro sede originaria dopo la distruzione di questa nel 510 a.C. da parte dei Crotoniati.

Successivamente donò al santuario di Apollo a Delfi un gruppo statuario bronzeo raffigurante un cocchio con cavalli e auriga (conosciuto come “l’Auriga di Delfi”), in memoria di una vittoria riportata nei Giochi Pitici del 474 a.C.

Non è noto quando sia morto Polizelo, ma dev’essere stato prima della morte di Gerone, dato che a questi in qualità di tiranno di Siracusa succedette il fratello minore Trasibulo.

L’Auriga di Delfi è una scultura greca bronzea databile al 475 a.C. e conservata nel Museo archeologico di Delfi.

Rinvenuta negli scavi del santuario di Apollo a Delfi, faceva parte di una quadriga, commissionata da Polizelo (Polizelo di Dinomene), tiranno di Gela, forse per ricordare una vittoria ottenuta nella corsa coi carri, nel 478 o 474. Venne rinvenuta poiché sepolta da una caduta di massi dalle rupi Fedriadi nei pressi di dove era collocata.

L’autore della statua è sconosciuto; l’ipotesi più probabile è che sia opera di Sotade di Tespie o di Pitagora di Reggio.

La statua era collocata su un carro trainato da cavalli, del quale si conservano solo pochi frammenti. Lo stato di conservazione è ottimo, anche se è mancante del braccio sinistro. Venne fusa a pezzi in bronzo spesso, perché più resistente all’esposizione alle intemperie, con rifiniture eseguite a freddo: col bulino e con applicazioni di argento per la benda (“tenia”), rame per le ciglia, pietra dura per gli occhi.

L’auriga veste un lungo chitone cinto in vita, pesante, scanalato, rigido quasi a costruire una colonna; nella mano destra tiene delle redini; il volto è leggermente rivolto a destra. Attorno al capo la tenia del vincitore, con decoro a meandro e incrostazioni di rame e argento. I capelli sono finemente disegnati, in riccioli che non alterano le dimensioni del capo. Lo sguardo è intenso e vivo, con la tensione competitiva appena leggibile, stemperata dall’atteggiamento sorvegliatamente misurato del corpo.

I piedi sono resi con una naturalezza fresca e precisa, molto veristica: mostrano infatti i tendini tesi per lo sforzo appena compiuto.

Nessuna statua pervenutaci lontanamente rassomiglia all’auriga: solo alcuni esemplari ritrovati nella Magna Grecia similmente e sommariamente ci ricordano il modello di Delfi. È soprattutto nel volto che si concentra la singolarità di questo bronzo: legato alla bellezza ideale, dotato di tratti particolarissimi, è possibile che sia stato sviluppato a partire da un volto individuale.

Nonostante la statua sia evidentemente legata ai moduli arcaici, essa è percorsa da un vigore innovativo. L’Auriga di Delfi come il celebre Cronide di Capo Artemisio sono da considerarsi appartenenti allo stile severo, sviluppatosi in Grecia tra il 480 e il 450 a.C. Inoltre , una copia dell’Auriga di Delfi è ospitata a Gela nel quartiere di Macchitella.