03Apr2025

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Categoria: Storia di Gela

Alcune pillole di storia della Città di Gela, piccole ed interessanti.
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Storia di Gela

FUNAMBOLI

L’acquerello di Antonio Insulla (ved. foto) rievoca, trasfigurandolo in luce di poesia, uno spettacolo non insolito in passato nel nostro centro e che certamente gli anziani ricorderanno: l’esibizione dei funamboli in Piazza.
«Leggiamolo» il dipinto: Un filo di acciaio teso, a parecchi metri di altezza dal suolo, fra il tetto della Chiesa Madre e quello del Palazzo Rosso; su di esso si muove l’acrobata, reggendo una lunga asta che lo aiuta a tenere l’equilibrio nell’aereo cammino, e la sua figura si staglia nitida sullo sfondo azzurrino del cielo; alle due estremità dell’aerea via sono altre figure, verosimilmente di acrobati anch’esse, in attesa forse di partecipare all’esibizione per renderla più varia, più ricca ed emozionante. Sotto, nella Piazza, è una moltitudine di spettatori che guardano attenti, diremmo calamitati negli occhi e nel cuore dallo spettacolo. E forse l’acrobata non mancherà, nel percorrere il singolare suo cammino, di stimolare e alimentare la loro emozione: ad un certo punto pencolerà, metterà un piede in fallo, starà lì lì per precipitare giù, annasperà un poco… ma si riprenderà tosto, si rimetterà in cammino, lassù, vicino al cielo… Gli spettatori, però, avranno intanto sentito un brivido correre loro per le ossa e, quando egli, superato il pericolo, raggiungerà il punto di arrivo e da lì sicuro e sorridente riguarderà giù, proromperanno in un frenetico applauso: esprimeranno così la loro ammirazione per lui e, nello stesso tempo, l’interiore loro sollievo dopo la sofferenza con cui avranno seguito la pericolosa esibizione. E si domanderanno dubbiosi: «Il pericolo corso era vero o simulato?»
Tra loro si aggira una donna che reca in mano un piccolo vassoio: è della «troupe» degli acrobati e chiede l’obolo, un’offerta. Sarà generalmente un’offerta di pochi centesimi, e non tutti lo daranno. Lo spettacolo è pubblico e per non pochi gratuito…
Gli anziani ricorderanno come una vaga aura di romanticismo avvolgeva quei lavoratori nomadi, personaggi ammirati sul filo di acciaio sospeso tra le nubi, povere creature a terra. Ché i proventi della loro fatica erano generalmente piuttosto magri: si guadagnavano la vita mettendo la vita a repentaglio, e a stento.
Oggi esibizioni simili è dato vederle non più sulla anonima ribalta della Piazza, ma nella coreografia fascinosa — fatta di luci, musiche, colori — dei circhi equestri. E in tali condizioni quegli attori forse non soffriranno la malinconia di una esistenza intessuta di stenti, di rischi mal ripagati!
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Storia di Gela

CONCERTO BANDISTICO IN VILLA , Salvatore Solito – Acquerello 1936

Era una simpatica consuetudine: in tempi non molto lontani, nella stagione estiva, ogni giovedì e domenica sera la musica suonava nella «Villa Garibaldi»: la «Villa» per antonomasia della città. Sull’artistico palco che sorgeva nel centro dell’area settentrionale di essa, di fronte all’ingresso di Via Cappuccini (l’unico allora esistente), il corpo bandistico comunale si esibiva nell’esecuzione di opere di grandi autori e una folla di pubblico gli faceva corona e sottolineava con applausi la fine di ogni numero dei programmi.
E non erano applausi gratuiti; quei musicanti, che in eleganti uniformi bianche fregiate d’oro davano i loro concerti fra gli alberi del bel giardino pubblico, preparavano con diligenza le loro esecuzioni. Erano artigiani: calzolai, sarti, barbieri… e la sera, dopo il loro quotidiano lavoro, studiavano, si esercitavano nelle prove sotto la guida del maestro direttore della banda.
E tra essi, quelli che eccellevano per bravura, venivano segnati a dito: il suonatore di tromba, di saxofono, di corno… Riscuoteva particolare attenzione il suonatore delle «campane tubolari» per quei suoni ritmati come di campane che egli sprigionava dall’insolito strumento e che si spandevano nel silenzio ammirato dell’uditorio.
Il quadro di Solito (vedi foto) rievoca quella consuetudine. Allora le possibilità di ascoltare musica erano piuttosto rare.
Oggi, invece, si è aggrediti da ogni parte da suoni e canzoni di dischi e juke-box che talora, quando sono troppo rumorosi e insistenti, fanno rimpiangere il vecchio grammofono a tromba risuonante con voce discreta nelle case e il pianino a manovella girovago per le strade…
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Storia di Gela

Dalla Salina al Biviere

Tra gli interventi di una certa importanza, realizzati nel territorio, non si può non menzionare la trasformazione dell’antica salina in Biviere o vivaio, il progetto del quale risale anch’esso alla fine del Cinquecento, anche se la sua attuazione si protese nel secolo seguente. Dalle acque salmastre di questo stagno situato nel feudo della Marina, a circa tre miglia dalla costa, si depositava durante l’estate il sale ai suoi margini, sale di cui Plinio, a quanto riporta il Fazello, vantava la “capacità riflettente”. La salina era ancora in attività nel Medioevo, tanto è vero che venne inclusa nel 1274 tra le saline delle Segrezìe di Sicilia; ma la concorrenza del sale sardo prima, e poi lo sfruttamento delle miniere di sale in seguito (in particolare a Racalmuto), portarono progressivamente alla riduzione della produzione locale, che non reggeva la competizione con saline meglio organizzate, come quelle di Trapani, Augusta, Vendicari o Marsala.
Di questo antico stagno, l’unico della Sicilia meridionale, parla il Fazello che volle identificarlo con il mitico Lago Cocanico e riferisce che al suo tempo “col suo cattivo odore fa tornare indietro tutti coloro che gli si avvicinano”. Non ne fanno invece notizia né lo Spannocchi, né il Camilliani nella loro descrizione del litorale, e tantomeno venne rappresentato nelle antiche carte geografiche, salvo che in quella di Battista Agnese nel 1553. Lo Schmettau non indica il Biviere nella sua carta della Sicilia, mentre non aveva trascurato quello di Lentini, e soltanto il Wieland nel 1720 lo ha ubicato in maniera fantasiosa attorno al fiume Dirillo, riferendosi forse alla descrizione lasciata dal Padre Massa.
Sembra che il progetto di trasformazione della salina in Biviere risalga al 1582, e cioè al periodo della costruzione delle mura cittadine: infatti in un documento relativo a tale costruzione veniva, tra le altre disposizioni, dato l’ordine “che si riconosca il locu di farsi il bivieri, si è atto e che spesa vi potessi andare a farla”. Il sopralluogo risultò certamente favorevole al progetto, visto che nel 1598, e precisamente l’otto settembre, Giovanni di Guccio, nobile abitante di Terranova, vendette al duca Don Carlo per la somma di 446 onze la salina vecchia per saldare un antico debito. Non abbiamo informazioni su questa prima fase dei lavori nel Biviere, iniziati dal duca Don Giovanni, di cui sappiamo solo che nel 1619 il detto duca vi fece fabbricare intorno un fondaco ed alcune case, in una delle quali venne murata una lapide di marmo per ricordare che l’opera era stata realizzata a quella data.
Storia di Gela

Tetradrammo in argento di Gela

seconda meta` del V secolo a.C .
Boston Museum of Fine Arts
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Storia di Gela

Statuetta in Pietra Di III Sec. a.C. .

Atleta.
Provenienza Gela , attualmente si trova al Museo dell’Università Catania.
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Storia di Gela

L’ASSASSINIO DI CLEANDRO

Era il 505 a.C. La sua ascesa era stata rapida, ma non priva di avversità. Il popolo, stanco dell’aristocrazia, lo acclamava perché aveva garantito il minimo sostentamento e mantenuto il patto fondativo tra le popolazioni della Polis. Ma gli aristocratici lamentavano i torti subiti: Cleandro aveva confiscato e riassegnato alcuni lotti di terra, colpendo in particolare le famiglie più potenti.
Cleandro era stato avvisato dall’oracolo: «Il tuo più grande nemico non è la spada, ma la parola.» Eppure, incapace di cogliere il monito, ignorava le voci che si diffondevano nell’ombra.
Ignaro del veleno che si accumulava attorno a lui, trovava rifugio nel suo passatempo preferito: il teatro. Qui, tra le tragedie, cercava sollievo e riflessione, accompagnato dal fratello Ippocrate, con cui condivideva le gioie e le ansie del potere. Ma quel luogo di svago stava per trasformarsi nel palcoscenico del suo tragico destino.
Seduto tra le poltrone di legno, Cleandro sentiva l’eco delle sue stesse ambizioni risuonare nell’aria. Ma dietro le quinte, la congiura era già in atto.
Sabello, un noto aristocratico, si muoveva furtivo tra le ombre, sussurrando ai suoi confratelli e seminando discordia. Il suo odio per Cleandro era palpabile, alimentato da anni di frustrazione e disprezzo. Mentre le tragedie si susseguivano sul palco, Sabello decise che era giunto il momento di agire.
Con un gesto fulmineo, si avvicinò a Cleandro, il cuore pulsante di determinazione e vendetta.
«Ἐλευθερία ἢ θάνατος, αὕτη ἐστὶν ἡ τέλος τῶν τυράννων!» ¹ gridò, affondando un pugnale tra le costole del tiranno.
Il pubblico, inorridito, esplose in urla e confusione, mentre Sabello si dileguava tra la folla, come un’ombra che si dissolve all’alba.
Ippocrate, scosso dalla violenza improvvisa, afferrò il corpo del fratello tra le braccia. La vita di Cleandro stava svanendo e nei suoi occhi si leggeva ancora la determinazione di un uomo che aveva cercato di governare con giustizia, ma che era stato tradito dalla sua stessa ambizione.
«Ἀδελφέ,» ἐψιθύρισεν ὁ Κλέανδρος, «ἀπόλεσον τὰ σάπια μῆλα καὶ φέρε τιμὴν τῇ ἡμετέρᾳ οἰκίᾳ.» ²
Con queste parole, Cleandro spirò.
Ippocrate gli chiuse gli occhi e, con il cuore colmo di furia, si mise alla ricerca di Sabello. La sua vendetta sarebbe stata spietata. Nessuno sarebbe stato risparmiato…
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Storia di Gela

Testina Fittile Di Cavallo

V secolo a.C .

Provenienza Gela, attualmente si trova a Londra ,British Museum.

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Storia di Gela

LA FESTA DEGLI ALBERI , Una tradizione tramontana

Veniva celebrata ogni anno e sempre in uno scenario diverso: ora le dune di «Bitalemi», ora la pendice di Piazza Calvario, ora il pianoro di Scavone, ora la vallata di Disueri… Vi partecipavano i giovinetti delle scuole, lieti di uscire dalle aule del loro studio giornaliero per accostarsi alla natura e piantare nelle zolle rugiadose un alberello: un alberello che sarebbe cresciuto vigoroso, frondoso, «carico di musica sotto le dita del vento» (Drouet)…
E c’era sempre un oratore che da un poggio erboso o da un rudimentale palco illustrava con sentimento e dottrina i doni che l’albero prodiga all’uomo all’uomo non sempre riconoscente, non sempre suo amico. L’oratore era generalmente persona eminente per cultura e umanità, come l’autore del brano che qui riportiamo stralciandolo da un suo discorso : … Se dovessi dirvi quale spettacolo o forma di paesaggio abbia piú insospettatamente colpito i miei sensi e il mio animo, saettandoli e circonfondendoli di sensazioni vive, violente, dolcissime, conquidendomi e incatenandomi, come in un sublime e purissimo amplesso, io vi confesserei: il bosco.
Io crebbi fino alla mia adolescenza dinanzi a questa pianura fertile, ma desolata d’acque, d’ombra e di verde. Vedevo innanzi a me stendersi fino alla cerchia dei monti, brulli all’intorno, la vasta pianura informe, smaltata di verde in primavera, biondeggiante di spighe nel luglio, deserta e brulla nel resto dell’anno. Non un albero, non un agitarsi e uno stormire di fronde, non la voce melodiosa di un uccello tra il fitto fogliame. Saettata inesorabilmente dal solleone, sferzata dai venti.
Non amai fino allora la campagna.
Ma quando per la prima volta, lontano di qui, lasciai la polvere di uno stradale, per inoltrarmi in un bosco, un brivido di piacere mi percorse le vene, un senso nuovo di benessere mi invase; sentii allora che la natura è inesauribile nei suoi doni, nelle sue bellezze, nei suoi piccoli o grandi misteri. Sentii allora come non fossero vane fantasie di poeti, ma divina poesia e sublime realtà insieme, l’ombra, la frescura, il mistero dei bo-schi, le mille voci che li animano, le mille dolcezze che infondono.
Da allora amo gli alberi, teneramente, fraternamente, di un amore
francescanamente fraterno…
Giovanni Mela*
Tratto da ‘’Storie e usanze popolari di Gela’’ di Virgilio Argento
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Storia di Gela

La fondazione della nuova città

Se nessun dubbio mette in discussione l’origine federiciana di Eraclea-Terranova, nessuna fonte letteraria né alcun documento ufficiale contemporaneo ci dà notizia della fondazione, né ci fornisce l’anno in cui essa avvenne, contrariamente a quanto sembra si possa dire di Augusta. Solo nel 1725 Francesco Aprile riferisce che Terranova fu fondata nell’anno 1233 senza indicare la fonte da cui l’ha appreso, per cui non ci resta che verificare la fondatezza di tale data ricercandola in documenti posteriori nel quadro del contesto storico-geografico in cui l’avvenimento si svolse.

Anzitutto osserviamo che Federico II di Svevia si era dovuto occupare del territorio fin dai primi anni del suo regno, quando aveva dovuto togliere la contea di Butera a Pagano de Parisio (1213), in quanto alleato del ribelle Gualtiero di Pagliara. È da ritenere poco probabile che egli l’abbia visitato personalmente in quell’occasione, ma non si può escludere che l’abbia fatto dieci anni più tardi, tra il 1223 e il 1225, quando, dopo la dieta di Messina, il suo esercito attraversò tutta la Sicilia, da Messina a Catania, a Caltagirone, ad Agrigento, a Palermo, per sottomettere i Saraceni ribelli e deportarli a Lucera.

In ogni caso, nel dicembre del 1233, dopo avere soffocato la rivolta di Messina, Catania, Siracusa, Nicosia, Troina, Montalbano e dopo avere raso al suolo Centuripe e Troina, egli si recò a Butera, come dimostra una lettera da lui indirizzata a papa Gregorio IX, e da lì è facile arguire che abbia potuto fare una puntata sulla collina di Gela. Il documento non fa alcun cenno alla costruzione della nuova città, come del resto nessun altro documento diplomatico di Federico, ma il fatto che egli si trovasse lì in quell’anno aggiunge un tassello a sostegno della data di fondazione indicata da F. Aprile.

Inoltre, ci sono due documenti posteriori, l’atto notarile del vescovo di Patti del 1249 e il diploma di Carlo d’Angiò del 1274, che confermano il 1233 come data di fondazione della città e fanno ritenere che egli si fosse recato a Butera o per ispezionare i lavori in corso o addirittura per inaugurarli. Il primo, rogato mentre Federico era ancora vivo, riferisce il nome di colui che ebbe la gestione finanziaria della costruzione, e cioè il “secreto” (una specie di ministro delle finanze) di Sicilia Matteo Marchiafava (Marclafaba), che tenne tale incarico proprio dal 1233 al 1239; il secondo, oltre a precisare che la fondazione era avvenuta prima che Federico II fosse deposto (17 luglio 1246) dal papa Innocenzo IV (ante depositionem eius de novo fundans terram ipsam), ci fornisce anche il “terminus a quo” (ab annis quadraginta circa), che riporta la fondazione della città, seppure con l’approssimazione che quel circa suggerisce, di nuovo al 1233.

Ma i due documenti sono ancora più importanti perché ci forniscono informazioni ben precise sull’organizzazione dei lavori di costruzione e sui metodi seguiti dall’imperatore per popolare una città di nuova fondazione. Infatti, il diploma di Patti ci tramanda non solo il nome di colui che organizzò e diresse almeno nei primi sei anni i lavori di costruzione di Eraclea, il secreto Matteo Marchiafava, ma anche il nome di almeno uno dei costruttori, o meglio degli imprenditori che provvidero all’edificazione delle abitazioni della città e alla messa a coltura delle campagne.

Si tratta di Pietro Ruffo, che al momento della sottoscrizione dell’atto (1249) risulta priore del ricco convento di Terrana, esistente allora tra Caltagirone e il fiume Dirillo, e che è da ritenere persona diversa, anche se con omonimia evidente, dall’omonimo maestro stalliere che l’anno dopo avrebbe assistito Federico II in punto di morte e che, divenuto poi maestro giustiziere di Sicilia e di Calabria, si sarebbe opposto a re Manfredi e sarebbe stato…

Al tempo in cui si era cominciata a popolare Eraclea (tempore quo Heraclea habitari incepit), Pietro Ruffo

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Storia di Gela

Eschilo

Eschilo nacque ad Eleusi nel 525 a.C, città a 20 km da Atene. (e demo considerato territorio di Atene)
Partecipò alle guerre persiane, fu attore, musicista ma soprattutto un grande tragediografo.
Eschilo è da sempre considerato il padre della tragedia greca che apportò molte innovazioni e modifiche nella rappresentazione delle tragedie oltre che nella loro composizione.
E tra le mutazioni apportate allo schema della tragedia, si sottolineano l’introduzione del secondo attore, il dialogo e infine i componenti del coro greco, vengono diminuiti a dodici .
Anche la lingua dell’epoca assume un nuovo tono.
Attraverso le sue tragedie, Eschilo interpreta il mondo che lo circonda e i suoi contemporanei con i loro dubbi, aspirazioni, passioni, riflessioni e problematiche.
Tema costante è dunque il rapporto tra l’uomo, essere razionale e responsabile, e le divinità che rappresentano il fato. Così ,l’uomo sembra essere fautore del proprio destino e libero nelle sue azioni e scelte, mentre a volte è assoggettato a una forza superiore per cui l’uomo è una pedina nelle mani degli dei.
Sono proprio le divinità, secondo la visione religiosa del tragediografo, che alla fine fanno trionfare la giustizia nel mondo.
La principale opera mai scritta è l’Orestea: una trilogia composta dall’ Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Un’ opera che ci è giunta per intero.
Delle circa novanta opere da lui scritte, solo sette ci sono pervenute, e non tutte complete.
Dopo le vittorie contro i Persiani, contrariato dagli sviluppi politici, Eschilo si trasferì a Gela, dove morì nel 456 a.C, perché, cosi’ come narra la leggenda,fu colpito da una testuggine lanciata in volo da un’aquila che scambiò la testa pelata di Eschilo per una roccia.
L’Orestea è la trilogia più famosa di Eschilo, presentata per la prima volta nel 458 a.C., che racconta la tragica storia della casa di Atreo e si concentra in particolare sulle vicende di Agamennone, sua moglie Clitemnestra e i loro figli, Oreste ed Elettra. È una narrazione potente che esplora il tema della giustizia e della vendetta, il conflitto tra obbligo personale e leggi divine, e il passaggio dalla vendetta privata a un sistema di giustizia pubblica..
Agamennone
Nella prima parte, Agamennone torna dalla guerra di Troia, accolto con grande apparente calore da Clitemnestra. Tuttavia, l’accoglienza nasconde una terribile vendetta: Clitemnestra, furiosa per il sacrificio della figlia Ifigenia, lo uccide insieme al suo amante Egisto. In questa tragedia, Eschilo esplora la tensione tra l’amore materno e il potere politico, poiché Clitemnestra non uccide solo come madre vendicatrice, ma anche come regina che desidera mantenere il controllo sul potere.
Le Coefore
Nel secondo dramma, il figlio di Agamennone, Oreste, ritorna a Micene su ordine del dio Apollo per vendicare l’assassinio del padre. Insieme alla sorella Elettra, trama per uccidere la madre Clitemnestra e l’amante Egisto. Il momento culminante del dramma è quando Oreste, dopo aver ucciso Egisto, si trova di fronte a sua madre e, sebbene esitante, la uccide. Questo atto scatena però le Erinni, antiche divinità della vendetta, che iniziano a perseguitare Oreste, rendendo esplicito il conflitto tra le leggi divine e gli obblighi familiari.
Le Eumenidi
Nell’ultima parte della trilogia, Oreste è tormentato dalle Erinni per il matricidio e cerca rifugio presso il tempio di Apollo, che lo manda ad Atene per essere giudicato. Qui, Atena interviene e istituisce un processo per decidere il destino di Oreste. Il processo si conclude con un verdetto di assoluzione per Oreste, ponendo così fine alla spirale di violenza e vendetta. Le Erinni, placate, accettano di trasformarsi nelle Eumenidi, divinità benevole che proteggono la giustizia.
L’Orestea è profondamente innovativa per la sua epoca. Non solo racconta la storia di una famiglia segnata dal destino e dalla violenza, ma riflette anche su temi sociali e politici cruciali per il tempo di Eschilo. Il passaggio dal dominio delle vendette private alla nascita di un sistema di giustizia pubblico e imparziale è il nucleo dell’opera. In un certo senso, l’Orestea celebra il ruolo di Atene come centro di una nuova forma di civiltà, in cui il caos della vendetta primordiale è sostituito dall’ordine della legge e della giustizia.
L’opera esamina l’intricato legame tra giustizia e vendetta, e la sua risoluzione suggerisce che solo un sistema di giustizia istituzionalizzato può portare pace e stabilità in una società