Veniva celebrata ogni anno e sempre in uno scenario diverso: ora le dune di «Bitalemi», ora la pendice di Piazza Calvario, ora il pianoro di Scavone, ora la vallata di Disueri… Vi partecipavano i giovinetti delle scuole, lieti di uscire dalle aule del loro studio giornaliero per accostarsi alla natura e piantare nelle zolle rugiadose un alberello: un alberello che sarebbe cresciuto vigoroso, frondoso, «carico di musica sotto le dita del vento» (Drouet)…
E c’era sempre un oratore che da un poggio erboso o da un rudimentale palco illustrava con sentimento e dottrina i doni che l’albero prodiga all’uomo all’uomo non sempre riconoscente, non sempre suo amico. L’oratore era generalmente persona eminente per cultura e umanità, come l’autore del brano che qui riportiamo stralciandolo da un suo discorso : … Se dovessi dirvi quale spettacolo o forma di paesaggio abbia piú insospettatamente colpito i miei sensi e il mio animo, saettandoli e circonfondendoli di sensazioni vive, violente, dolcissime, conquidendomi e incatenandomi, come in un sublime e purissimo amplesso, io vi confesserei: il bosco.
Io crebbi fino alla mia adolescenza dinanzi a questa pianura fertile, ma desolata d’acque, d’ombra e di verde. Vedevo innanzi a me stendersi fino alla cerchia dei monti, brulli all’intorno, la vasta pianura informe, smaltata di verde in primavera, biondeggiante di spighe nel luglio, deserta e brulla nel resto dell’anno. Non un albero, non un agitarsi e uno stormire di fronde, non la voce melodiosa di un uccello tra il fitto fogliame. Saettata inesorabilmente dal solleone, sferzata dai venti.
Non amai fino allora la campagna.
Ma quando per la prima volta, lontano di qui, lasciai la polvere di uno stradale, per inoltrarmi in un bosco, un brivido di piacere mi percorse le vene, un senso nuovo di benessere mi invase; sentii allora che la natura è inesauribile nei suoi doni, nelle sue bellezze, nei suoi piccoli o grandi misteri. Sentii allora come non fossero vane fantasie di poeti, ma divina poesia e sublime realtà insieme, l’ombra, la frescura, il mistero dei bo-schi, le mille voci che li animano, le mille dolcezze che infondono.
Da allora amo gli alberi, teneramente, fraternamente, di un amore
francescanamente fraterno…
Giovanni Mela*
Tratto da ‘’Storie e usanze popolari di Gela’’ di Virgilio Argento